La leggenda dell’unicorno

Postato da il 13 mag 2013 in Giornale dei Misteri

il-giornale-dei-misteri-n-479-gennaio-2012_49797Forse la prima immagine in assoluto di un unicorno è quella che si può ammirare presso le celebri Grotte di Lascaux, in Francia. Risalente al Paleolitico superiore, tale antichissima figura è quella di un essere caratterizzato da un corno e un curioso ciuffo di peli sotto il muso, disegnato insieme ad altri e più riconoscibili animali. Questo per dire che con ogni probabilità, assai più di quella del drago, è proprio la figura dell’unicorno ad aver ispirato artisti, musici, spedizioni, leggende e narrazioni di ogni tempo.

La sua prima descrizione fisica si trova nel Li- Ki, testo a valenza misticheggiante dell’antica Cina che lo descriveva come uno dei quattro esseri (gli altri erano la fenice, il drago e la tartaruga) benevoli verso gli esseri umani. I saggi cinesi lo chiamavano K’ilin, nome che secondo la tradizione riuniva i principi maschile e femminile sulla falsariga dei più celebri principi, sempre cinesi, dello Yin e Yang. Ma così come diversi sono stati gli uomini che ne hanno cantato e preconizzato l’esistenza, diverse sono anche le interpretazioni delle sue qualità, interpretazioni che non potrebbero essere più discordanti.

Già in epoca medievale c’era chi lo descriveva come un animale mite ma invincibile, simile a un cavallo aggraziato, contraddistinto da un unico corno frontale, il cui incedere elegante ben si confaceva alla possibilità che solo una fanciulla pura di corpo e di anima poteva arrestare e ammansire. Altri invece lo vedevano come un autentico flagello e vedetta di disgrazie al suo solo apparire. Anche forma e dimensioni del corpo sono sempre state controverse. Per il già citato Li- Ki l’unicorno era una chimera fantastica dal corpo simile a quello di un cervo, la coda di un bue e gli zoccoli di un cavallo.

La sua caratteristica fisica principe era comunque il suo unico corno,ma esibiva anche un manto che sul dorso era screziato di cinque colori mentre il pelo del ventre poteva essere di un giallo sporco tendente al marrone. Quanto al suo carattere era descritto come pacifico e infatti si narra che non calpestasse l’erba né si nutrisse di altri animali. Il suo apparire, come già quello di altri animali mitologici descritti dagli antichi testi cinesi, era il simbolo di diversi eventi non soltanto positivi, il più frequente dei quali era la nascita di un regnante perfetto.

A seguito dei racconti dei carovanieri e dei viaggiatori che intessevano rapporti con l’Oriente, resoconti su avvistamenti dell’unicorno si resero man mano disponibili anche in Paesi molto distanti dall’antica Cina. In Persia questo essere prodigioso era descritto come una bizzarra bestia dalle tre zampe in grado di purificare l’oceano. Solo in Occidente il simbolismo religioso di matrice cristiana modificò l’antico aspetto screziato in quello assai più “cortese” di un elegante cavallo dal manto bianco e dai movimenti flessuosi ed eleganti.

D’altra parte la religione cristiana avvicinava il mistero dell’unicorno a quello del Cristo unigenito e la stessa Bibbia cita diverse volte questo animale usando il termine Re’em, pur non presentandone mai una descrizione fisica. È curioso che nonostante la trasformazione da essere portentoso a semidivino, anche per molti esponenti del mondo cristiano l’unicorno era comunque caratterizzato in modo alquanto ambivalente. Il suo candido manto era per esempio visto da san Basilio sia come il simbolo dello Spirito Santo sia degli istinti tentatori, essendo così terribile da non poter essere catturato se non tramite la purezza di una fanciulla.

Tra i testi che esaltavano questo simbolismo va certamente annoverato il Physiologus, un bestiario greco del II secolo d.C., che vedeva l’unicorno come una sorta di capretto, ma ferocissimo, che diventava docile solo di fronte a una vergine. Anche qui l’unicorno presenta la classica assonanza tra la virginea purezza della donna e il bianco manto dell’animale. Per l’uomo dotto occidentale le leggende incentrate su questa figura non erano semplici storie perché, complici mercanti e viaggiatori, nobili e regnanti mostravano ai loro ammirati ospiti le prove fisiche dell’esistenza di tale essere, cioè corni lunghissimi considerati alla stregua di potenti talismani. Se ridotti in polvere, i corni erano visti come farmaci miracolosi in grado di debellare qualsiasi veleno.

Man mano che i viaggi e gli scambi commerciali tra Europa e Cina divennero più frequenti, i viaggiatori come Marco Polo caddero nell’errore di identificare unicorni e rinoceronti con lo stesso essere. Infatti, nel suo celebre Il Milione, Polo avverte, tra le altre cose, che la leggenda secondo la quale solo una fanciulla pura e devota potesse avvicinare e domare un unicorno era pericolosa e fuorviante, dal momento che l’unicorno non sarebbe stato minimamente intimorito dalla fanciulla stessa!

Molti credettero ciecamente alle parole del grande viaggiatore veneziano,ma nonostante ciò la ricerca del mitico animale non conobbe mai soste, forse perché Polo e i bestiari parlavano lingue diverse, col risultato che il rinoceronte visto dal primo non cancellava l’idea dell’animale descritto dai secondi. A questo proposito è curioso notare un paradosso tra la figura mitica che l’unicorno vantava in Europa e quella in auge in Cina dove, diversamente dalle sue controparti occidentali, unicorno e rinoceronte sono sempre stati distinti in due categorie diverse.

Probabilmente chi contribuì a diffondere la leggenda in Europa fu lo storico, medico e viaggiatore greco Ctesia di Cnido, vissuto nel VI secolo a.C., che in una delle sue opere, Indikà, descriveva usi e costumi indiani. Di quel libro sono arrivati fino a noi solo frammenti, pochi ma sufficienti a leggere descrizioni come quella che segue: “…asini selvatici grandi come cavalli e anche di più. Hanno il corpo bianco, la testa rossa e gli occhi blu. Sulla fronte hanno un corno lungo circa un piede e mezzo. La polvere di questo corno macinato si prepara in pozione ed è un antidoto contro i veleni mortali. La base del corno, circa due palmi sopra la fronte, è candida; l’altra estremità è appuntita e di color cremisi; la parte di mezza è nera. Coloro che bevono utilizzando questi corni come coppe, non vanno soggetti, si dice, alle convulsioni o agli attacchi di epilessia. Inoltre sono anche immuni da veleni se, prima o dopo averli ingeriti, bevono vino, acqua o qualsiasi altra cosa da queste coppe”.

Ancora oggi non sappiamo se Ctesia avesse descritto animali realmente esistenti o se avesse lasciato galoppare la propria fantasia sulle onde delle tante leggende indiane del periodo. Certo è che esistono diversi animali che, osservati in determinati condizioni di luce o distanza potrebbero sembrare vagamente esemplari di unicorno, come per esempio i già citati rinoceronti. Ma Ctesia non fu il solo a parlare dell’unicorno in qualità di “esperto” di cose e animali indiani. Nella Grecia del III secolo d.C. Eliano, un naturalista che ben conosceva il rinoceronte, parla di “…un animale che viveva nell’India grande come un cavallo, di pelo rossiccio e che gli indigeni chiamano kartazonos. Aveva un corno sulla testa, nero e dotato di anelli; era scontroso, e lottava anche con le femmine della sua specie salvo nel periodo degli amori”.

Ma questo essere portentoso non era solo un animale da illustrare nei dipinti o da descrivere con i canti alla corte di regnanti e nobili; era anche un essere da catturare per affermare la virilità dell’eroe che riusciva nell’impresa e, quindi, la sua popolarità e valenza in battaglia. Così, nel XII secolo si attuò una caccia all’unicorno e dopo la scoperta dell’America da parte di Cristoforo Colombo ci fu un intero territorio vergine dove rincorrere l’agognato animale. C’è da dire anche che i corni di narvalo furono responsabili delle raffigurazioni che vedono l’unicorno ritratto spesso in prossimità di laghi o spiagge.

Queste ultime (come quelle prospicienti la baia di Hudson, in Canada, dove i ritrovamenti di resti del cetaceo sono relativamente comuni) erano luoghi ideali dove si pensava potessero vivere gli unicorni. L’unicorno è però giunto quasi intatto ben oltre i limiti temporali del Medio Evo, come illustra Shakespeare che ne parla nel terzo atto della sua celebre Tempesta. Certo è che attorno a questa figura mitologica sorsero molte leggende che a loro modo influirono parecchio sulle usanze e i costumi. Ad esempio, era molto comune vedere acquistare dalle famiglie nobili delle popolazioni medievali europee i costosissimi corni per dimostrare la verginità di una sposa.

La stessa Elisabetta I d’Inghilterra ne comprò uno in cambio di ben diecimila sterline che ancora oggi fa bella mostra di sé nel tesoro della corona britannica. Lo stesso scettro del trono d’Inghilterra è ricavato da un corno di unicorno, probabilmente quello di un narvalo. Solo un mito? Forse, ma al pari di ogni leggenda che si rispetti potrebbe davvero presentare un fondo di verità come peraltro già accadde con le sirene diventate poi il dugongo, un mammifero marino facente appunto parte dell’ordine dei Sirenii. Nel caso dell’unicorno sappiamo che è realmente esistito un essere molto simile a un grande cavallo al quale i paleontologi hanno dato il nome di Elasmoterio, erbivoro di generose dimensioni che pascolava tra le lande desolate dell’Eurasia.

Proprio come l’unicorno delle leggende, anche l’Elasmoterio esibiva un singolo, orgoglioso corno sulla fronte. L’evoluzione delle specie ne decretò l’estinzione in occasione dell’ultima grande glaciazione che interessò il nostro pianeta, ma nonostante questo ci fu chi pensò che non tutti gli elasmoteri si fossero persi tra le pieghe del tempo. Secondo alcuni, l’Elasmoterio sarebbe sopravvissuto abbastanza a lungo da essere stato avvistato più volte dagli Evenchi, una popolazione nomade russa, che infatti non ha mancato di proporre leggende che parlano di un enorme cavallo, o un toro, nero e con un solo corno. Solo il drago, altro essere simbolo per eccellenza, può vantare una pletora di avvistamenti, leggende, truffe e storie che hanno attraversato il tempo per arrivare fino a noi sotto forma di libri, film, videogiochi e leggende metropolitane.

Era quindi, l’Elasmoterio, il vero unicorno? Alcuni pensano che lo fosse, altri sono contrari a questa tesi, preferendo lasciare l’unicorno ai miti e alle leggende. Ma forse è meglio così: che l’elegante unicorno continui a galoppare tra le fertili terre delle leggende e delle speranze, emblema immortale di come la fantasia ci possa salvare dal materialismo oggi imperante per farci viaggiare tra le eteree e bellissime terre del sogno.

 

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>